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Michele Polga (sax tenore), Marcello Tonolo (pianoforte, Fender Rhodes),
Marc Abrams (contrabbasso), Walter Paoli (batteria).
Ospite: Marco Tamburini (tromba)
E’ questo il primo vero disco da leader del giovane ma già maturo Michele Polga. C’era stato in verità, tre anni prima, il «New thing quartet», prodotto dal Panic Jazz Club di Marostica, ma lì la responsabilità veniva equamente condivisa con il pianista Miki Loesch. Jazz fresco e piacevole, che rispetta ma cerca allo stesso tempo di rinnovare la gloriosa tradizione dell’hard–bop, è quello che propone il sassofonista vicentino, qui alla testa di un quartetto che non è occasionale, essendo stato messo a punto durante un lungo e paziente lavoro, risultato assai proficuo. Il sacro fuoco del “bop” è tenuto sempre vivo grazie all’aiuto di partner più esperti e maturi, che formano una sezione ritmica solida e raffinata, un trio – com’è quello formato da Marcello Tonolo, Marc Abrams e Walter Paoli – che qualsiasi solista vorrebbe avere sempre dietro di sé.
Il fraseggio del tenore di Polga è sciolto e variegato, sapendo scavare in profondità le armonie dei brani ed esaltarne le melodie. La sua voce, originale ed autoritaria, riesce a trovare la giusta grinta ed intensità nei brani ritmicamente più sostenuti (Downpour e Steve – quest’ultimo dedicato a Steve Grossman – per esempio), ma anche la necessaria morbidezza nelle ballad, come la dolcissima Next to you. Tutti i brani del disco sono firmati dal leader ad eccezione di Vertigo, tema dall’andamento flessuoso ed ipnotico, frutto della fervida vena compositiva di Marcello Tonolo – davvero splendido qui il suo assolo – indispensabile motore ritmico–armonico del quartetto. Lo stesso pianista ha contribuito a mettere in risalto le qualità del giovane Polga che è anche, da qualche anno, sassofonista di punta della Thelonious Monk Big Band, da lui diretta.
In quattro degli otto titoli del disco aggiunge pepe alla già saporita musica del quartetto la brillante tromba di Marco Tamburini, ospite non casuale, visto che il duraturo sodalizio che lo lega a Tonolo non poteva che portarlo prima o poi sulla strada del bravo sassofonista veneto. Particolarmente prezioso si rivela l’intervento della tromba nello sviluppo del tema di This one – reso più astratto e “misterioso” dal suono del piano elettrico Fender – che rimanda inevitabilmente alle migliori incisioni Blue Note degli anni ’60, così come il finale Four plus one, ancora con Tamburini, appare come un sentito tributo ad Art Blakey.

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