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Andate in pace. Inizia così questo disco, con un attacco di quelli che ti fanno ondeggiare le spalle in avanti, mentre il caffè brucia sul fornello perché vuoi scoprire dove arriverà questa chitarra… un po' come un “vai in pace ma per adesso resta qui”. Sonorità incisive che convivono e si intrecciano con una delicatezza che culla l'ascoltatore. Una leggerezza che dura poco, d'improvviso arriva un rullante di batteria e quelle parole crude, poche ed amare, che ti riportano a terra.
Il nuovo disco dei Laradura è un macigno rotolante di emozioni leggere. Un lenzuolo strappato che ti rapisce solo per poterti catapultare di nuovo in altri luoghi a te familiari. In Ombra (“Faccio un carico d'aria, ritorno in apnea”) sintetizza perfettamente questa sensazione di veloce instabilità fatta di accoglienti cambiamenti spazio/musicali rapidi e scanditi, legati da un filo sottile di coerenza sonora.
Tony Cascella è un lieve brivido di rinascita, ti rimette la coperta sulle spalle per scaldarti. Ma anche questo dura poco. La voce finale entra inquieta e lontana, ti ritoglie la coperta e ti lascia lì, da sola. La title track del disco, Senza Fine, sembra essere il manifesto della band bolognese, con un inizio ironico e curioso, tra critica aperta e riflessioni senza tempo, una ventata di libertà in cui basso, chitarra e batteria si fondono in un maturo accompagnamento alla voce. ArpegGino è un'anima sincera, onirica e visionaria che ti conduce verso Altrafaccia, entrambi da godersi live per farsi trasportare in una natura celebrativa e sottile. Ma la sensazione di una ricerca sofferta di pace continua. Ed è qui che arriva il brano che colpisce di più nell'essere e nelle debolezze più intime: Notte verde, con le sue lenti spirali viola di Garcia Lorca che avvolgono la mente e lasciano un po' di tristezza in uno scenario da sentimenti post-apocalittici. Una notte in cui “è difficile trovarsi”. Ritorno al vento mi fa venir voglia di indossare un vestito di seta bianco per confondermi in un prato coperto di neve, scivolandovi senza sentire freddo e roteare per ore facendo cerchi irregolari nell'aria gelida. Chissà perchè. L'assordante silenzio di questo disco è Chiaroscuro, il finale che nessuno di noi vorrebbe mai dover ascoltare ma che presto il rassicurante evolversi del testo trasforma in una reazione all'inquietudine che il disco trasmette in ogni sua nota. “Andrà tutto bene”, mi dicono i Laradura. Il loro contrasto di emozioni attento e curato, soffice e a tratti tagliente, me ne convince. Uno di quei dischi di cui forse qualcuno di noi poteva aver bisogno… io sì.

Chiara Caporicci

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