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Libero Mureddu (piano), Antonio Borghini (contrabbasso), Cristiano Calcagnile (batteria)
Nato nel 1970 a Milano, il batterista Cristiano Calcagnile è un musicista attento alla coesione e sperimentazione di diversi linguaggi, attivo in differenti ambiti musicali. Porta avanti lavori di ricerca con musicisti come il chitarrista Domenico Caliri nel “Cal Trio”, ma anche Alessandro Bosetti, Paolo Botti, Alberto Tacchini. Suona nella “Blast Unit Orchestra” e nel campo della canzone d’autore rock con l’ormai celebre cantautrice Cristina Donà. Ha lavorato inoltre con Steve Piccolo, Elliott Sharp, Ares Tavolazzi, Bruno Tommaso, Giorgio Gaslini, e suonato in ensemble di musica contemporanea. Negli ultimi tempi Calcagnile, insieme al bassista Antonio Borghini, ha tenuto molti concerti in trio con Stefano Bollani, che l’ha ora chiamato a far parte del suo nuovo quintetto.
Da quasi due anni ormai è leader del progetto “Chant”, con il pianista Libero Mureddu ed il contrabbassista Antonio Borghini. Questo pubblicato dalla nostra etichetta è in assoluto il primo album del trio che sviluppa una grande attenzione alle intensità ed ai livelli sonori. Il piacere del pianissimo trascina con sé l’attenzione e con questa una sorprendente economia d’interventi. E’ un flusso sonoro intimo, ma non sentimentale il loro, capace di evitare i luoghi comuni della routine. Il pianoforte quasi non emette accordi, tanto non servirebbero a nulla, il contrabbasso estrae dallo strumento flebili armonici, le percussioni sono più compatibili con John Cage che con Gene Krupa. Sono piccoli incanti, lontani da qualsiasi effetto ipnotico; il giudizio è tenuto sveglio assieme all’emozione. Dal “largo” appena sussurrato di Articolatomosso al tumultuoso incedere di Erade, in un’atmosfera che non può non ricordare Cecil Taylor, dal “free” quasi trattenuto di Cupidigia – in cui a guidare le danze è il contrabbasso suonato con l’archetto di Borghini – al più etereo e malinconico tema di Bianco, il trio sa coinvolgerci con le più diverse atmosfere, lungo un binario comunque diritto e coerente, che punta all’esplorazione dell’io più profondo senza inutili mediazioni o compiacimenti. Il trio, forte di uno straordinario “interplay”, sa esser sincero e disinvolto anche quando il viaggio musicale sembra farsi più arduo e difficile, apparentemente astratto ed invece solidamente ancorato alla “materia”. E’ un Monk riletto in chiave tayloriana quello di Jungla, così come sembra esser lo sguardo compiaciuto di Paul Bley ad approvare le gesta del suo allievo in Livida Luce.

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