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Non è d'allodola il canto: Eva contro Eva
14 May 2006, 01:31
Accaniti fan di Carmen Consoli, non vi preoccupate: non ho intenzione di dare [url="http://blog.repubblica.it/rblog/comments/EAssante?anchor=200605130065121"]sonore stroncature riguardo all'ultimo album della cantantessa, Eva contro Eva. Detrattori dell'artista, non preoccupatevi neppure voi, neppure io trovo che l'album sia perfetto.
Non di meno, il mio giudizio è assai positivo. Prima di arrivarci, parlerò delle canzoni.
Tutto Su Eva può essere considerata la title track: è infatti la traduzione fedele del titolo del film che ispira il titolo dell'album: All About Eve. Una chitarra acustica effettata è, nella sua semplicità, l'elemento musicale che colpisce di più nella traccia dall'inizio, e la conclusione affidata ai fiati etnici rendono ancora più particolare la cifra del disco sin dalla prima traccia. Doppiezza e falsità nella femminile figura di Eva sono i temi centrali, presi con chiarezza dal film a cui si ispira, e con la simbologia dietro di essa. Come spesso in Carmen, ma in questo album anche più chiaramente, la figura femminile assume più valutazioni etiche: in questo caso è l'aspetto negativo a risaltare maggiormente.
Dall'innocente con anima carnefice si passa alla vittima su cui grava il giudizio malvagio della gente: è la bella storia di
Maria Catena, probabilmente la figura meglio delineata. Vittima del giudizio altrui, che a forza di maldicenze costruisce una realtà alternativa più vera dei fatti, ha solo "Cristo in croce" (una espressione così sinceramente popolare!) che le sorrida e soffra con lei. Maria Catena, anche tu conosci quel nodo che stringe la gola.
La Dolce Attesa, che comincia con la voce di Rosa Balistreri (per il tema assai legato a una canzone successiva), tratta della violenza nel mondo più femminile possibile: quello della gravidanza. "Da noi si dice che una donna può avere figli solo tra i 18 e i 28 anni. La protagonista è talmente oppressa dalle aspettative altrui da diventare un caso di gravidanza isterica.", dice Carmen a riguardo: questa è l'unica "dolce attesa" che ci si può aspettare in un mondo del genere. Il ritornello è un ritmo che potrebbe non avere mai fine.
Sulle Rive Di Morfeo, ispirato alla fuga degli amanti dell'orwelliano "1984" e contemporaneamente ricco di riferimenti a Romeo e Giulietta (basti una citazione tra tutte: "Non era l’allodola: l’usignolo / risuonò al tuo orecchio pauroso: / esso canta, sul far della notte, su quel melograno; / credimi amore, era l’usignolo."- "Era l’allodola, foriera dell’alba: / guarda amore, le frecce del giorno / invidiose / di che alone di luce rivestono / le nubi che a oriente dileguano"), è il trionfo del tema dichiarato dell'album: quello della maldicenza che opprime, annienta, il pettegolezzo e la curiosità morbosa per la vita altrui che divorano l'esistenza propria. I toni, quelli sommessi e rochi delle canzoni più intimiste, si avvitano intorno a un discorso dalle sintassi complesse, insolite per tematiche prettamente d'amore (e d'altronde, il centro del discorso non è proprio la storia d'amore). Al contrario di molti, ritengo assai efficace questa scelta, che tiene legato il verso in unità più grandi: come le melodie di questo disco si dipanano su dimensioni assai maggiori della singola battuta, così la sintassi deve seguire questa scelta, obbligando l'attenzione a raccogliere lunghe unità (o forse il contrario?). Così come per Tutto su Eva, la coda strumentale degli archi porta a conclusione un discorso musicale che altrimenti è portato per sua natura a rimanere sempre sospeso.
Il Pendio Dell'Abbandono, collaborazione con Goran Bregovic, e nato per I Giorni dell'Abbandono, presenta, come c'era da aspettarsi, una cifra musicale piuttosto diversa, segnata da un duetto di fisarmoniche che costruiscono raffinati controtempi. Interessante, anche se non con i testi più brillanti, e leggermente fuori dallo stile del resto dell'album.
Preghiera In Gola è la storia suggerita all'inizio della Dolce Attesa. Inizialmente tratteggia un'atmosfera quasi da blues americano, sia per lo stile musicale che per il tema della potenziale perdita del figlio in guerra, ma poi nel ritornello svolta decisamente su una linea melodica abbastanza virtuosa che eleva il tono a un lirismo molto più immediato e allo stesso tempo raffinato. La storia della donna che fissava un punto conteso tra idillio e noia è anche questa, in fondo, quella di una donna osservata e giudicata: è l'occhio esterno che tutti i giorni la vede, e giudica il cappotto verde e le eccentriche scarpe rosse. Certo si può dire che questa impostazione alla descrizione è tipica della Consoli, ma si adatta assai bene al tema dell'album.
Piccolo Cesare è la canzone che tutti hanno visto come caricatura di Berlusconi. In realtà, io credo che la figura d'ispirazione principale non sia stata decisamente lui: non è il tono demagogo che viene sottolineato, o quello della vicinanza e finta amicizia tipica di un Grande Fratello, ma più quella del dittatore, dell'oppressore che vince con la forza. Ricorda assai più da vicino il Ponzio Pilato di Maestro e Margherita, specie quando dice che La notte guarda e non consiglia / trascina sgomento ed ingombranti ore / un buio cieco come rabbia / come agonia. Ma d'altronde, l'importante è l'archetipo che va a rappresentare: il coronamento della società disfatta e malata che il resto del disco descrive guardandola dai suoi strati popolari.
Madre Terra è, per me, la grande delusione del disco. Il tema, per quanto comprensibilmente sentito da Carmen, è piuttosto banale, il lato musicale piacevole ma non stimolante, il testo (almeno quello in italiano, visto che Angelique Kidjo ignoro cosa dica) è piuttosto banale.
Signor Tentenna è stata la canzone che mi ha confermato quanto la ricerca timbrica sia importante in questo disco: molto, molto più coinvolgente nella versione "hi-fi" del CD rispetto a quelle prese dalla radio. Altra figura maschile del disco, anch'essa negativa come il Piccolo Cesare, è il suo corrispettivo nel popolo: oppressore e oppresso non hanno reale differenza morale nella visione di Carmen. La musica comunica assai bene il tono amaro e rassegnato, ma quasi dolce, del mondo teneramente isterico del Signor Tentenna (il cane sul balcone aspetta da mesi il privilegio di una passeggiata / eppure la sera fedelmente esulta al tuo rientro), che si trova a rincorrere le aspettative di una società che chiede, guarda e pretende l'impossibile per la persona comune.
Il Sorriso Di Atlantide è la nota salvifica del CD, e significativamente si presenta alla sua conclusione, come per dire che in fondo a tutto ciò che c'è di sbagliato nella nostra società rimane tuttavia una speranza. Sarebbe banale dire che è "l'amore": è qualcosa di più. È il notare che Avevo soffocato quella stupida attitudine / ai voli pindarici / ed alle struggenti eroiche attese, che non coinvolgono solo il mondo affettivo, ma rappresentano un'attitudine generale alla vita. Al di là del mondo matematico e chiuso della gente comune, c'è una via fantastica, visionaria, leggendaria e sognatrice, e di questo Atlantide è sicuramente immagine assai adatta. All'inizio, lo ammetto, il lato musicale mi era risultato ostico e debole, e anche se pure adesso non la considero una delle tracce forti dell'album, devo ammettere che ad ulteriori ascolti presenta uno studio ben fatto di sonorità e arrangiamenti.
Dicevo quindi, all'inizio, che il mio giudizio era assai positivo. In primo luogo, per una indiscutibile cura negli arrangiamenti. Non siamo ai livelli di Anime salve, conclusione dello spettacolare percorso evolutivo strumentale di Fabrizio De André pertinente la sintesi di elementi moderni e musica delle tradizioni in cui si trovava immerso, ma anche se ci troviamo in architetture musicali più lineari, si vede chiaramente una grande cura dei particolari. Non solo sotto l'aspetto strumentale, ma anche vocale: ascoltate attentamente l'inizio del cantato di Maria Catena per avere idea di quello che intendo. Una modifica sottile al suo tipico stile, ma assai espressiva ed effettiva.
Beninteso: rimaniamo nel mondo della forma-canzone, e per di più della tipologia più caratteristica di Carmen - strofa, ritornello, raramente un bridge e più spesso un ritornello allungato. Tuttavia le linee melodiche, come già dicevo, si sono rese assai più complesse, e questo dona un tono nuovo. Sicuramente notevole il fatto che l'intero disco sia acustico: abbandonato del tutto l'aspetto "rock" della Carmen delle origini, un saluto alle distorsioni e un ritorno deciso e annunciato ai suoni "naturali" degli strumenti.
I testi sono molto ricercati, e questo si rivela sia un punto forte che uno debole. Da un lato, rivela uno studio intenso al risultato delle immagini create, dall'altro si è persa parte della spontaneità espressiva che si poteva trovare nelle canzoni arrabbiate o fortemente sensuali delle origini. Non di meno, la dimensione sonora del disco male si sarebbe adattata a queste scelte, e quindi credo che tutto sommato sia meglio che le cose stiano così.
Carmen Consoli è, inevitabilmente, un personaggio che continua a dividere il mondo degli ascoltatori. Diversa, molto diversa dalla media. Pretenziosa o ricercata, fastidiosa o innovativa, sincera o costruita: le opinioni sono sempre divergenti, e questo suo cambio di stile - che in questo disco, secondo me, raggiunge l'inevitabile conclusione del percorso cominciato con L'Eccezione - non fa altro che incrementare le discussioni sull'autrice. Non vi rimane quindi altro che ascoltarla, per farvi un'opinione da soli.
Non di meno, il mio giudizio è assai positivo. Prima di arrivarci, parlerò delle canzoni.
Dall'innocente con anima carnefice si passa alla vittima su cui grava il giudizio malvagio della gente: è la bella storia di
Dicevo quindi, all'inizio, che il mio giudizio era assai positivo. In primo luogo, per una indiscutibile cura negli arrangiamenti. Non siamo ai livelli di Anime salve, conclusione dello spettacolare percorso evolutivo strumentale di Fabrizio De André pertinente la sintesi di elementi moderni e musica delle tradizioni in cui si trovava immerso, ma anche se ci troviamo in architetture musicali più lineari, si vede chiaramente una grande cura dei particolari. Non solo sotto l'aspetto strumentale, ma anche vocale: ascoltate attentamente l'inizio del cantato di Maria Catena per avere idea di quello che intendo. Una modifica sottile al suo tipico stile, ma assai espressiva ed effettiva.
Beninteso: rimaniamo nel mondo della forma-canzone, e per di più della tipologia più caratteristica di Carmen - strofa, ritornello, raramente un bridge e più spesso un ritornello allungato. Tuttavia le linee melodiche, come già dicevo, si sono rese assai più complesse, e questo dona un tono nuovo. Sicuramente notevole il fatto che l'intero disco sia acustico: abbandonato del tutto l'aspetto "rock" della Carmen delle origini, un saluto alle distorsioni e un ritorno deciso e annunciato ai suoni "naturali" degli strumenti.
I testi sono molto ricercati, e questo si rivela sia un punto forte che uno debole. Da un lato, rivela uno studio intenso al risultato delle immagini create, dall'altro si è persa parte della spontaneità espressiva che si poteva trovare nelle canzoni arrabbiate o fortemente sensuali delle origini. Non di meno, la dimensione sonora del disco male si sarebbe adattata a queste scelte, e quindi credo che tutto sommato sia meglio che le cose stiano così.
Carmen Consoli è, inevitabilmente, un personaggio che continua a dividere il mondo degli ascoltatori. Diversa, molto diversa dalla media. Pretenziosa o ricercata, fastidiosa o innovativa, sincera o costruita: le opinioni sono sempre divergenti, e questo suo cambio di stile - che in questo disco, secondo me, raggiunge l'inevitabile conclusione del percorso cominciato con L'Eccezione - non fa altro che incrementare le discussioni sull'autrice. Non vi rimane quindi altro che ascoltarla, per farvi un'opinione da soli.





