Caricamento del lettore...

Elimina

As your browser speaks English, would you like to change your language to English? Or see other languages.

We’re currently migrating data (including scrobbles) to our new site and to minimise data disruption, we’ve temporarily suspended some functionality. Rest assured, we’re re-activating features one-by-one as soon as each data migration completes. Keep an eye on progress here.

Ferdinand “Jelly Roll” Morton (New Orleans, 20 ottobre 1885 – Los Angeles, 10 luglio 1941) è stato un pianista e compositore statunitense durante il periodo di transizione dal ragtime agli albori del jazz.

Celebre per la sua tracotante personalità, si era attirato le antipatie dei suoi colleghi per il suo modo di fare altezzoso, sprezzante e completamente incentrato su di sé. Duke Ellington, probabilmente a torto, gli riconobbe soltanto «il talento di parlare di Jelly Roll Morton». Di sé diceva di aver «inventato il jazz nel 1902», di essere «il creatore del jazz – stomp – swing» ed «il piú grande compositore di temi hot del mondo».

Figlio di Ed LaMothe e di Louise Monette non uniti in matrimonio. La madre sposerà William Mouton pochi anni dopo e dall’anglicizzazione del cognome del patrigno deriva probabilmente il cognome Morton. Per decenni è rimasto incerto il vero anno di nascita poiché alla moglie disse di esser nato nel 1886, su una polizza dichiarò il 1888, nei documenti della Biblioteca del Congresso di Washington risulta il 1885, mentre sulla lapide funerarie è riportato correttamente l’anno 1890.

Figlio di Creoli di origini haitiane, trascorse l’infanzia con la madrina . Si applicò ben presto alla musica, studiando chitarra, trombone e soprattutto il pianoforte.

A diciassette anni fece il suo ingresso a Storyville, il quartiere a luci rosse di New Orleans, dove suonava nei bordelli per allietare l’attesa dei clienti. Le ragazze gli diedero il nomignolo di winding boy mentre in séguito lui stesso si battezzò jelly roll; entrambi soprannomi allusivi alle sue capacità di amatore.

Nel 1907 abbandonò New Orleans e affiancò alla carriera da pianista quella di giocatore di professione, facendosi presto odiare sia dai giocatori che dai pianisti: i primi per essere stati “spennati” al tavolo di gioco o al biliardo, gli altri per essere stati sfidati e umiliati al piano.

I suoi modi erano infatti altezzosi e sprezzanti. Vestiva elegantissimo, con gran sfoggio di gemme e preziosi, ostentando oro e banconote. Prima di un’esibizione si avvicinava al piano con fare regale, toglieva il soprabito e lo riponeva con cura sullo strumento; poi con un fazzoletto raffinato ripuliva lo sgabello, si sedeva e attaccava un ragtime veloce, per stupire il pubblico.

Nel 1917 si spostò a Los Angeles, dove sposò Anita Gonzales, a cui dedicò i temi «Mamanita» e «Sweet Anita». Continuò a suonare nei locali, non senza difficoltà legate alla convivenza con i membri del suo complesso, che riteneva rozzi e inferiori.

Nel 1923 si separò da Anita Gonzales e si diresse alla volta di Chicago, dove fece fortuna con un pezzo intitolato «Wolverines». Due editori, i fratelli Melrose, ne scrissero il testo e lo ribattezzarono «Wolverine Blues» con grande disappunto del pianista non trattandosi di un blues. Lester Melrose ebbe a dire: «Un uomo entrò nel nostro magazzino con un fazzoletto rosso attorno al collo e un enorme cappello da cowboy sulla testa e si mise a gridare: “Ascoltate tutti, io sono Jelly Roll Morton di New Orleans, il creatore del jazz”. Parlò senza interruzione per un’ora per dirci quanto fosse bravo, poi si sedette al piano e dimostrò di essere ancora meglio di quanto avesse detto. Fu in questo modo che Jelly prese il via».

Nello stesso periodo incise alcuni brani composti da lui, in cui si può notare un certo rigore nella scrittura e al contempo originalità e libertà di linguaggio, ma soprattutto una profonda differenza dal ragtime. In particolare le secche sincopi del ragtime venivano sostituite da alcune piú complesse derivanti dal tango e dalle danze folkloristiche di origine europea, che aveva avuto modo di ascoltare nei quartieri in cui era vissuto.

Nel 1926 riuní un complesso che chiamò Red Hot Peppers, composto dai migliori strumentisti del momento, per incidere una serie di brani che brillarono per originalità e qualità di esecuzione. I piú famosi sono «Black bottom stomp», «Smoke house blues», «The chant», «Dead man blues», «Doctor jazz», «The pearls», «Kansas City stomp» e «Wolverine blues», considerati capisaldi del jazz tradizionale. Data la bravura dei musicisti, permise parti improvvisate lasciate alla discrezione dei solisti. I brani furono preparati con una meticolosità e una precisione che, per l’epoca, si potevano dire straordinarie.

Nonostante il grande successo ottenuto dai dischi dei Red Hot Peppers cominciò a far fatica a trovare scritture nei locali: il suo carattere e il suo attaccar briga con tutti gli preclusero molti ingaggi probabilmente nel momento peggiore della storia degli Stati Uniti d’America, ovvero agli inizi della grande depressione.

Gli anni 1929 e 1930 videro l’inizio di un rapido declino, al fianco della nuova compagna Mabel Bertrand. Nel 1935 la ragazza fu abbandonata con il pretesto di un viaggio a Washington per seguire degli affari legati al pugilato, ma in realtà si stabilí per due anni in un locale notturno in cui faceva da pianista, cassiere e direttore di sala.

Un ritorno di fiamma di notorietà fu causato inaspettatamente da una lettera di protesta scritta al presentatore di una trasmissione radiofonica che osò presentare W. C. Handy come il padre del blues e l’“originator of jazz”, titolo che considerava suo di diritto da sempre. La lettera ebbe qualche ripercussione sull’ambiente jazzistico, sia per i toni e per le affermazioni, sia perché la inviò anche al Baltimore Afro-American e al Down Beat di Chicago. La lettera riaccese l’interesse intorno ad egli e tra i vari appassionati grande importanza ebbe Alan Lomax, incaricato di creare una discoteca di musica folkloristica americana per la Biblioteca del Congresso. Tutto il materiale raccolto da Alan Lomax venne integrato con testimonianze ed edito come libro intitolato Mister Jelly Roll.

L’interesse e le registrazioni per la Biblioteca gli permisero di partecipare a qualche jam session a New York, di rilasciare interviste e di incidere qualche altro disco; il successo che ebbe con i Red Hot Peppers era tuttavia ben lontano. Morí nel Country General Hospital di Los Angeles nel 1941.

In evidenza

API Calls