-
Live report Afterhours @ Festa dell'Unità, Roma
27 Jun 2007, 14:19 by odioilcarcere
-
Gioia sperimentale
20 Jun 2007, 08:25 by LarryMullenFan
Tue 19 Jun – Afterhours
A volte c’è bisogno di fare delle scremature. Quando il pubblico comincia ad essere pieno di mummie che copiano le mossettine del cantante, un gruppo con la testa lontana dal marketing ed interessata solo alla propria arte è chiamato a selezionare i propri sostenitori, arroccandosi su posizioni chiare e nette che escludano alcune cose e/o persone dalla partecipazione al proprio processo creativo.
Gli Afterhours, gruppo essenziale della scena alternativa italiana (e non solo), scelgono così di accodarsi al carrozzone della Festa dell’Unità dopo decenni di passerelle evitate. Questo è un passo che ha visto precedenti importantissimi nel corso dei decenni (basti pensare ai Nomadi, ai CCCP, o gli Area interpretati non a caso dagli Afterhours nel film Lavorare con Lentezza...), ed iscrivono Manuel Agnelli e compagni (carino questo gioco di parole, eh? compagni-festadellunità, ah ah.) nell’albo dei gruppi storici nell’ambito di una storia musicale che ha contorni molto più “ufficiali” rispetto a quanto mostrato finora.
Preceduti da un paio di gruppi minori, i nostri beniamini fanno il proprio ingresso trionfale sul palco delle Terme di Caracalla salutati da non meno di diecimila persone, forse anche di più. E per dimostrare di che pasta sono sempre stati e continueranno ad essere attaccano con pezzi al fulmicotone, la cosiddetta “
Smells Like Teen Spirit italiana”
Male di miele e
La vedova bianca. La potenza vocale di Agnelli, impostata ma viscerale in modo originale ed inimitabile (paragonabile forse, e con i dovuti distinguo, a quella di Gabriella Ferri), affonda colpi implacabili sull’animo più diffidente, scaccia ogni pensiero, catalizza ogni goccia d’attenzione su di sé. Il pubblico è tutto con lui, e lui è tutt’uno con la sua arte, la sua verve, la sua capacità di tenere il palco.
I musicisti che affiancano Agnelli si divertono moltissimo con i propri strumenti, senza mai scendere a compromessi con facili stilemi rock e senza mai cedere ad arrangiamenti banali o ritornelli precotti. Sugli scudi Giorgio Prette, batterista inimitabile per fantasia e capacità d’esecuzione, e Dario Ciffo, violinista di raro spessore che riesce con naturalezza ad infiltrarsi in un contesto inconsueto per il suo strumento come il rock.
Tra le esecuzioni migliori
Elymania,
Milano circonvallazione esterna,
Varanasi Baby,
L'inutilità della puntualità e Non è per sempre, gioiellino pop che dimostra quanto divario ci sia fra gruppi d’alta classe come gli Afterhours e le fredde e sputtanate macchinette mangiasoldi del cazzo come i Negramaro e Le Vibrazioni. Da segnalare il momento di più stretto contatto fra palco e ascoltatori, avvenuto quando Agnelli, preoccupatosi dell’ascolto di chi fosse rimasto fuori dall’arena per mancanza di posti, ha detto “hey, ma voi non starete sentendo un cazzo!” e ha poi attaccato con una furiosa esecuzione di
Lasciami leccare l'adrenalina, salutata da tutti, proprio tutti, con un’ondata di tripudio.
Questa Festa dell’Unità rimarrà impressa molto a lungo nei miei ricordi, forse per sempre, come un momento di coraggio e ritrovata speranza in un consesso sociale che, in musica così come al di là di essa, ha voglia di andare avanti senza compromessi né banalità, ma con forza e fantasia per strade alternative verso un futuro di risanamento e progresso vero, che prescinda dalla comodità e che sappia trovare del bene nelle cose così come sono, popolari e mai corrotte. Così come sono le storie, anche quelle sporche, narrate nei testi sempre ispirati di Agnelli.
E per questo non si può che dire: grazie, Afterhours. -
La provincia italiana
20 Jun 2007, 08:25 by LarryMullenFan
Tue 19 Jun – Afterhours
Criptico con metodo, e quindi per nulla criptico una volta decifrato il codice. Manuel Agnelli scrive così, ed è così che lo ama il suo pubblico; dacché chiamato a riflettere per più di quattro decimi di secondo sul significato di una frase (la maggior parte delle volte sgrammaticata) si sente evoluto, intelligente e seguace di una band mai omologata a facili mode e superficialità massificate.
Quanto visto ieri sera alle Terme di Caracalla invita però a una riflessione cui nessuno vorrà cedere, fra quelli che hanno sorriso ed applaudito alla banale idea di vedere cicciobombo Agnelli che canta One More Time di Britney Spears. Perché quella cover, guarda un po’, era già stata fatta assai meglio dai Travis. E dico i Travis, non i Pink Floyd. Avesse fatto due mossettine, si fosse grattato il pacco, avesse indossato una stupida parrucca bionda avrei capito, sarebbe stato un momento d’ironia e morta lì. Invece no, serio e impassibile, faccia al pubblico e mani sulle corde. Proprio come i Travis. Pubblico incantato, “Manuel è così sensibile da tramutare una puttanata in un gioiello” et similia. E poi si, senza dubbio
Milano circonvallazione esterna è un pezzo come più lontano dall’hardcore non si può. Ma Manuel scherzava, no?
Siete degli abbocconi.
E sono sicuro che ci avete provato sul serio, a sodomizzarvi con un tubetto di balsamo. Beh, complimenti.
Il concerto degli Afterhours al prezzo ammiccante di 5 euro è un evento che attira frotte di dodicenni come sparuti cinquantenni in vacanza nel rassicurante mondo della non conformità. Un po’ come una data di Vasco Rossi di nicchia, diciamo, ma neanche più tanto di nicchia. E qualora un’apertura con
Male di miele illudesse qualcuno che si possa continuare a fare i teenager incazzati anche passata una certa età, ci pensa il resto del concerto a smentire. A partire da
La vedova bianca a
Elymania, da
Tutto fa un po' male che ricorda i Queen di
You Don't Fool Me a Bimba lobotomia (
Varanasi Baby) fino alla chiusa con la marchettara Non è per sempre e
Satellite Of Love di Lou Reed (rifatta assai meglio dagli U2) è una profusione di suoni sparati a volume alto perché, hey, gli organizzatori dicono che siamo un milione di comunisti, e dove lo trovi più un milione di comunisti in questo pazzo pazzo mondo di tasse e partiti democratici? La questura è fascista e dirà che siamo 2000 persone al massimo, ma che importa, fiato alle trombe soprattutto se di falloppio.
Sono le rivoluzioni, le costrizioni a risorgere, le gioie sperimentali e gli errori geniali ad ammiccare sempiternamente nella testa dei fan degli Afterhours, storie obsolete di una gioventù mentale intrappolata fra banalità e noia meneghina esportata in tutto lo stivale, dalla quale non si riesce a uscire. Sono gli anni ’80 fatti luogo. E poco importa se dal vivo le imperfezioni tecniche sono evidentissime, se i cambi di tempo sono imbarazzanti (soprattutto in
Rapace, ma anche ovunque): è la foga, la furia del senso delle canzoni, la convinzione traboccante di raccontare storie moderne. O no?
Siete degli abbocconi.
È pur sempre fra i due - tre gruppi italiani ggiòvani migliori in circolazione, direte. A prescindere dal fatto che no, non è vero. L’originalità compositiva è pressoché inesistente. Gli argomenti sono pari a zero. Il tasso tecnico è discutibile. Una cosa però non la si può negare: essi riescono ad essere rappresentativi di intere generazioni prive di direzione, incazzate ad libitum senza un motivo preciso, così, perché fa fico. E a coinvolgerle in una spirale senza uscita. Contenti voi, contenti tutti. Questo è il passato, il vostro futuro.
No, grazie. Non fa per me.